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31
Ott

Camilla Ronzullo, in arte Zelda Was a Writer

Nata a Milano, sul finire degli anni ʼ70, Camilla Ronzullo, meglio nota come Zelda Was a Writer, non è riuscita a evitare i pantaloni a zampa di elefante, la felpa che faceva le scintille e le scarpe ortopediche. Nonostante questo si è laureata in Storia e Critica del Cinema, gestisce unʼAssociazione culturale chiamata Bastian Contrari e scatta fotografie come se non ci fosse un domani. Ama fare colazione, collezionare taccuini e dedicarsi al suo Zelda was a writer che, con il tempo, è diventato un punto di riferimento per amanti delle parole scattate e delle immagini scritte. Venera Orson Welles e impazzisce per i panini alti.

Per conoscerla meglio prima del suo intervento nel panel Parlare in immagini, di sabato 29 novembre ore 11.15, abbiamo scambiato qualche parola con lei…

La prima domanda è d’obbligo: perché Zelda Was a Writer? Da dove nasce questo nickname?

Zelda was a writer si rifà a Zelda Sayre Fitzgerald, personaggio ecclettico e “dannato” della prima metà del ’900. Una donna senza dubbio versatile, nata in un periodo di grandissimi rivolgimenti storici e sociali. Fu la musa di un marito ben più famoso, un essere esposto, preda di moltissime fragilità ed eccessi infantili e autodistruttivi.
La ragione della sua presenza sul mio blog dipende dalla sua poliedricità, dal fatto di essersi cimentata in moltissime espressioni creative. Zelda scriveva bene, dipingeva meravigliosamente e danzava in modo soave.
Ho preso spunto dalla sua vita per diffondere una delle idee che ha sempre alimentato la mia energia: non importa cosa deciderà la vita per te, tu sei e sarai ciò che la tua anima ha deciso.
Nonostante tutti gli accadimenti della sua esistenza, Zelda fu una scrittrice. Mi piace pensare che sia così anche per me: al di là di ogni ragionevole evidenza, io sono una scrittrice e questo dato di fatto mi fa sentire libera e felice.

Le immagini nel tuo blog e i suoi tuoi account social non parlano quasi mai da sole… come nasce l’idea di renderle “comunicanti” a tutti gli effetti?

Siamo amiche d’infanzia, io e questa ipercomunicatività tracimante. In pratica siamo nate insieme.
Intorno ai cinque anni parlavo come Nembrot: sbocconcellavo le frasi, non terminavo mai un concetto. L’ansia di dire tutto e subito era immensa e ogni sollecitazione faceva nascere un nuovo pensiero, un’idea mirabolante. I miei poveri genitori erano due martiri del mio bisogno di dire, di considerare, di chiosare.
Poi, grazie al cielo, sono arrivate le parole e le immagini: la loro contemplazione silenziosa ha rasserenato i periodi, aiutandomi nella consecutio e arginando il fiume in piena che mi abitava la mente.

Per rispondere alla tua domanda, credo che il perenne bisogno di far dialogare i codici, i linguaggi, gli ambiti nasca da questa confusione risanata.
Bisognerebbe cedere il passo alla propria confusione, ogni tanto, anche solo per tornare a far ordine. Bisognerebbe spingersi a scattare parole, dipingere musica, fotografare parole e musicare sculture.
Puoi immaginarti quanto sarebbe detonante e liberatorio?

Ormai hai una “cifra stilistica” tutta tua: casualità o ricerca?

Direi entrambe. C’è della casualità, della ricerca e poi, ci sono tantissime folgorazioni sulla via di Damasco!
Chissà cosa sarei se non mi fossi innamorata di artisti maledetti, cantanti arrochiti e pittori senza un orecchio, chissà cosa ne sarebbe stato di me se una curiosità perenne non mi avesse spinto al farmi mille domande al secondo e se non avessi avuto la fortuna di incontrare tantissime persone speciali che mi hanno accompagnato, e ancora lo fanno, per lunghi tratti di strada.
A volte me lo chiedo e non so cosa rispondermi. So solo che mi sentirei terribilmente sola.